500 GRU FANNO SCALO A BENEVENTO SULLA ROTTA DELLA GRANDE MIGRAZIONE

A V E , A V E S !

di Tommaso Repola

L’ ufficiale della Polizia Provinciale che ha tenuto un paio di lezioni del corso per operatore faunistico durante la passata primavera al MUSA di Contrada Piano Cappelle, mi ferma sulla soglia d’ ingresso del Palazzo del Volontariato mentre sto lasciando la sede LIPU, ieri mattina, piuttosto sul tardi, dopo essermici trattenuto per una mezz’ ora o poco più. E’ con un suo collega e tiene in mano una fotocamera: >>Ho bussato ripetutamente alla vostra porta prima di uscire, ma non c’ era nessuno. Ho anche chiamato al telefono il vostro affiliato Franco D’ Ambrosio ma era impegnato altrove dal lavoro. Veniamo adesso da Piano Pantano, dove sono confluite circa 5oo gru in migrazione. Una cosa che non ricordo vista prima qui a Benevento. Ora sembrano in movimento di nuovo, forse per riprendere il loro viaggio<<. Ringrazio i Provinciali per la premura avuta, li invito a mantenere viva l’ allerta in avvenire visti i felici sviluppi faunoambientali or ora in atto e chiamo immediatamente Marcello, che mi risponde già a sua volta parzialmente raggiunto dalla grande novella. Mi rinnova l’ appuntamento per il pranzo, dove sua madre ci attenderebbe, prima di partire l’ indomani per l’ Ungheria; ma, mentre sono su a cambiarmi gli stivaletti con calzature meno operative, mi richiama e mi convoca sotto il portone di casa sua per correre insieme a lui verso la grande piana dove i grandi migratori sembrano invece tornare a confluire sempre più numerosi: reinverto fulmineo il cambioscarpe e copro a passo di corsa bersagliera i due incroci e i tre segmenti viari che ci separano.

Prendiamo la vetusta Fiat Uno rossa con la quale Marcello mi ha recentemente assegnato due soccorsi avifaunistici fino all’ oasi LIPU di Casacalenda e acceleriamo le manovre di uscita dal cortile interno per raggiungere prestissimo, il prima possibile una visione che si annuncia come grandiosa già nelle sue scarne anticipazioni tecnico-descrittive. Mentre guido nell’ attraversamento del centro, Marcello comunica al telefono e scambia informazioni a mitraglia con quanti possono concorrere a ragion veduta in una pertinente utilità operativo-documentaristica; uscendo verso le aree periferiche che ci portano sul clinale nordovest della collina della Gran Potenza, i nostri sguardi cominciano a scrutare le molteplici direzioni panoramiche che ci si aprono innanzi alla ricerca degli ospiti di assoluto lusso che stanno popolando il cielo, la terra e le zone fluviali che noi stessi ora con essi condividiamo. Scendiamo dalla vettura all’ altezza dell’ incrocio panoramico verso la grande piana, e in pochi istanti Marcello individua il primo nutrito gruppo di gruidi che staziona al centro della verde distesa giù in lontananza.
Altri pochi istanti e cominciano i nostri avvistamenti anche di individui in volo, pian piano in aumento, da tutte le direzioni. Alle nostre spalle spunta un piccolo stormo suddiviso in gruppetti di tre, quattro uccelli o più, che vanno stringendo la loro formazione superandoci in planata 150/100 metri sopra le nostre teste, anche meno, dirigendosi più avanti verso il punto dove sembra si vada concentrando il grosso degli arrivi. Sentiamo ogni tanto i loro versi armoniosi e pacati mentre manovrano lenti in avvicinamento con la sicurezza elegante dei maestri della migrazione di lungo raggio. Marcello va a tutta con il materiale di ripresa di cui dispone: fotocamere inadeguate, purtroppo, all’ entità dell’ evento. Intanto vanno moltiplicandosi le nostre altruistiche comunicazioni telefoniche. Teniamo Franco al corrente, trattenuto com’ è dalla sua attività dalle parti di Caserta. Simone Iovino e Serena Iele sono in arrivo da un momento all’ altro: mi rispondono infatti dalla tangenziale alle nostre spalle. Marcello ed io malediciamo un po’ le nostre mezze ristrettezze che sommandosi ne compongono una intera che vale a spiegare la mancanza di un’ adeguata attrezzatura di cineripresa. Telefono di getto a mio fratello impossibilitato però a venirmi incontro nella bisogna. Francesco Cocca risponde pronto alla mia chiamata di “soccorso video”, ma la sua generosità ha purtroppo già beneficiato altri dello strumento che al momento quindi nemmeno lui può fornirci. Il pomeriggio inizia con uno spettacolo senza precedenti, per Marcello, per Simone, per Serena, per me. Le vedute, già piacevoli di per sé verso gli sfondi a valle, contro le colline e le montagne, o sul cielo soprastante, si arricchiscono del movimento elegante e quasi regale di un numero indefinitamente crescente di animali alati in virtuoso carosello sulle periferie settentrionali di Benevento: lo scenario assume una qualità a tratti surreale.
Ogni tanto, salgono per la strada dal fondovalle vetture con residenti della periferia in spostamento verso il centro: alcuni ci chiedono conferme circa le loro personali (esatte) osservazioni fatte dai momenti centrali del mattino in cui i primi arrivi si sono manifestati. Spero che nelle vaste contrade circostanti qualcuno stia avendo la possibilità di immortalare adeguatamente le scene che continuiamo ad ammirare: le formazioni di gru in arrivo disegnano scenografie di danza aerea di grande bellezza alle quali vogliamo abituarci immediatamente, con formazioni di varie grandezze in intemerato volteggio su diversi livelli di volo, in decisa evidente manovra conclusiva di atterraggio nel centro della pianura alluvionale di Pantano-Serretelle.
Il “film” che sta andando in onda sulla macchia forestosa igrofila alle porte di Benevento nei dintorni della Via Appia in direzione di Roma, quel bosco igrofilo che Marcello in passato ebbe a paragonare in certe riuscite fotografie a uno spicchio di Borneo (o si riferiva allora a Contrada Cellarulo…? Vale uguale!), si lascia paragonare stavolta dalla sua giusta attenta osservazione all’ ambientazione di un documentario naturalistico a cielo aperto; io mi spingerei oltre e lo assimilerei alla fantasia felice e sognante degli adulti dalle grandi vedute e lo paragonerei insomma a certe incredibili scene disneyane a carattere favolistico-naturalistico: le gru, nel cielo e sui prati umidi, coronate da altre specie messe momentaneamente in sottonumero, visibili “a schermo pieno” dalla Gran Potenza, sono uno spettacolo degno di quelle immaginifiche animazioni. Marcello trova altri bersagli per il suo obiettivo: aironi, cormorani, tutta >gente< conosciuta, che evoluisce più da presso del nostro punto di osservazione quasi ingelosita dall’ immensa attrazione costituita dalla nuova imponente identità faunoabitativa apparsa sulle zone umide urbane a ridosso della città di Benevento, le quali sembrano ottenere dalla maestà incontestabile della Natura sovrana tutte quelle certificazioni che stolidi criteri macroamministrativi sembrano voler loro negare, un po’ come in certe favole disneyane prima del lieto fine.
C’ è stato un momento preciso in cui tutti quanti i 180 gradi stereoscopici che vestivano gli orizzonti a noi circostanti mi sono apparsi costellati di quelle magnifiche figure in volo che si stagliavano dinamiche contro gli sfondi tutt’ intorno, animandoli con un “valore aggiunto” impagabile.

Bisogna ora avvicinarsi il più possibile all’ area di concentramento a terra degli animali, e per farlo bisogna aggirare dall’ esterno la conca naturalistica che costituisce la periferia nord della città, raggiungendo la pista ciclopedonale “Paesaggi Sanniti” là dove essa si allunga al piede della collina di San Vitale. Ci accordiamo con Simone e Serena prima di abbandonare la carezza del freddo tagliente che da quel punto a mezza costa della Gran Potenza ha contribuito ad acutizzare le nostre sensazioni, saliamo in auto e salutiamo una prospettiva di sereno prevalente e soleggiato interpunto da nubi sceniche come sempre di grande effetto, prospettiva nella quale va configurandosi una situazione per dir così “zooaeroportuale” senza pari, per andare ad osservare il tutto da un’ altra prospettiva, parcuale questa a tutto sesto. Partiamo, e dalla tangenziale ovest Marcello continua i suoi contatti telefonici operativi fra i quali inserisce la convocazione seduta stante dell’ emittente televisiva Telebenevento, direttamente giù nella piana di Pantano, al fine di scongiurare una imperdonabile perdita documentaria. Mentre aggiriamo parte della città, vediamo al nostro lato alcune di quelle grandi creature alate passare non lontano da noi, quasi come accompagnandoci reciprocamente, uomini e uccelli, incontro ad una comune destinazione di convivenza e di libertà.

Raggiungiamo la testata della pista e parcheggiamo. Un miglio a piedi per andare in un punto centrolaterale della piana a visuale spalancata e accorciare al minimo la nostra distanza dagli animali a terra. Marciando a lunghi passi vediamo alcune persone ferme poco oltre il primo casello, che osservano e fotografano; ci prende l’ ansia all’ improvviso di presenze moleste agli animali, addirittura di potenziali minacce umane. Avvicinandoci, distinguiamo poco più avanti di quelle persone Serena e Simone che ci hanno preceduti di poco e ci rientusiasmiamo; ancora pochi passi e sulla sinistra cominciano a comparire i nostri amici trasvolatori. Quando riprendo il binocolo a Simone, metto a fuoco fino a un chilometro in linea d’ aria di fronte a me e scorgo le sagome flessuose degli aironiformi al pascolo beato nella semipalude in cui in questi giorni consiste il nucleo dell’ area di Contrada Pantano, non a caso così denominata da tempi remoti. Il pomeriggio si inoltra e si consuma mentre le gru si sparpagliano illuminate dal sole algente cui si intercalano momenti di ombre date da nubi leggere: le osservo procedere sicure e padrone del campo, calare la testa al suolo a beccare qua e là a sazietà. E’ ormai chiaro che gli animali hanno stabilito, cautamente, progressivamente, selettivamente, una confidenza preferenziale col territorio che avevano cominciato a ispezionare, prima dal cielo e poi dal suolo, dal momento del loro arrivo intorno alle dieci del mattino di ieri sabato 19 dicembre 2009, secondo la testimonianza diretta di qualche abitante della contrada che viene a tenerci compagnia.
Guardiamo un miglio scarso a sinistra, verso la testata pista: due sagome marciano verso di noi. Quando si fanno più vicine distinguiamo bene l’ uomo e la donna, due giovani che avanzano a passo lesto con le attrezzature televisive trasportate a mano: sono gli inviati di Telebenevento che arrivano sul luogo convenuto con buona tempestività. Avrei giustificato in pieno la percorrenza in auto del tratto di pista che li separava dal punto di osservazione, per motivi di servizio e per la evidente innocuità di un eventuale loro breve movimento in auto, ma i due sanno dimostrarsi ligi in maniera esemplare al regolamento di accesso alla struttura. Ci raggiungono: riconosco nella giornalista una brillante signorina di nome Mariarosaria, mentre il cineoperatore si mette subito al lavoro per fissare la telecamera. Passa qualche pedone e qualche ciclista apparentemente indifferente alla straordinaria presenza aviaria che sta facendo da contorno al suo esercizio, intanto che l’ intervista a Marcello Stefanucci può iniziare in una situazione di paradisiaca tranquillità come si conviene ad un parco naturalistico di grande ambizione.
Continuano pure gli arrivi dei gruidi. Da nord, dalla direzione quindi dell’ oasi WWF di Campolattaro, un altro stormo fatto a sua volta di più sottoinsiemi per un totale di una trentina di esemplari ci arriva da tergo in quota, cominciando una lenta discesa secondo traiettorie sinuose che inizio a seguire meticolosamente col binocolo. Posso apprezzare distintamente la calcolata perdita di velocità, l’ estensione verticale delle zampe a freno aerodinamico e leva baricentrica combinata con l’ accentuazione negativa del diedro alare esterno, la repentina interruzione di portanza e la successiva discesa prossima al perpendicolo, con chiara azione collettiva di più esemplari affiancati, fino alla ripresa finale uscendo dalla fase paracadutistica di nuovo a riprender portanza fra ala fissa e ala battente per un atterraggio da veri maestri di alta navigazione aerea. Siamo in una situazione incredibilmente privilegiata per una zona periurbana: vado scambiando con Simone e Serena e Marcello pareri sulla probabilità oramai assai reale che i migratori, da ore qui convenienti in ricongiungimento massivo, con la parte luminosa del giorno agli sgoccioli, possano pernottare nella spettacolosa pianura fluviale fra la Gran Potenza e San Vitale.

Improvviso, invece, il rumore lacerante di due schiocchi secchi, provenienti in rapida sequenza dalla zona del fiume, squassa la calma ideale che incorniciava una realtà così magicamente venutasi a creare nel corso delle ore centrali della fortunata giornata di ieri. Schiocchi è un termine generico per indicare rumori violenti che più esattamente sono sembrati non accidentali e non casuali; avvertiti distintamente da noi che rispetto ai trampolieri eravamo un migliaio di metri o quasi più al riparo da quell’ improvviso sussulto sonoro, i due spari _tale la definizione più appropriata di quegli “schiocchi”_ hanno innescato un processo irreversibile che ha capovolto in pochi attimi uno stato di fatto costituitosi in una successione temporale di eventi regolati dalle leggi perfette della natura. Gli animali più prossimi al trauma acustico si sono mossi di soprassalto involandosi senza un ordine preciso, fra gridi sempre più stridenti, con un effetto domino che in men che non si dica ha trasformato l’ intera colonia in una sorta di gigantesco sciame chiassosissimo in caotico decollo, fra traiettorie inizialmente convulse che man mano li hanno allontanati dall’ area nella quale tanto miracolosamente con tanta posata circospezione avevano uno dopo l’ altro fatto arrivo, in cinquecento e forse più, secondo la stima visuale fatta dagli uomini della Provinciale prima e più che confermata da noi secondo la nostra successiva osservazione.
La grande formazione si allontana inesorabilmente, giro dopo giro, con pochi sfilacciamenti, incurante del calare della luce; la direzione presa sembra condurre le gru verso la Valle Telesina e la confluenza Calore-Volturno. E dire che quando eravamo arrivati laggiù, nonostante le centinaia di metri di distanza di rispetto che ci separavano fisicamente dalla quiete selvatica degli uccelli in sosta, Marcello aveva persino rifiutato di indossare il berretto in sintetico di un arancione acceso che io gli porgevo a difesa dalla bassa temperatura; questo, al fine di evitare la più piccola interferenza, finanche cromatica, in possibile alterazione dei fragili equilibri faunistico-insediativi al momento in gioco.

Quando lasciamo Pantano, diretti a sud in Contrada Spinaginosa al capo opposto delle periferie cittadine per soccorrere una poiana recuperata da meritevoli volenterosi lì residenti, prima facciamo tappa nella vicina Contrada Malecagna in malcelata via di urbanizzazione, una cerniera fra l’ estensione di Pantano ed il Rione Ferrovia vero e proprio, per recuperare a casa di Serena il fodero della fotocamera che Marcello ha dimenticato lì. Una ultima gru, isolata e solitaria, continua a sorvolare con incessanti inversioni curvilinee quest’ area durante tutta la nostra fermata, mentre la sua comunità va scomparendo nell’ orizzonte del tramonto che incombe; essa ci sorvola bassissima come a voler richiamare le sue compagne e convincerle che con la nostra presenza (Marcello, Serena, io…) potremmo esser garanti di sicurezza e di ospitalità. In serata stessa apprenderò che una presenza slava di temprata esperienza sulle gelide estensioni fluviali delle lontane regioni dell’ est, riconosceva ieri mattina nei paraggi del Rione Ferrovia i suoi familiari журавли [zhuravlì] già solo dal loro inconfondibile verso corale: la migrazione faunistica e quella umana ridisegnano congiunte il respiro della storia minima su una nuova, impegnativa scala.

Stamattina, sono tornato in bici a Pantano in orario mediano: perciò 24 ore circa dopo i primi arrivi di ieri. Tutto era _per quanto ne so_ come ieri l’ altro, come tre giorni fa, come la domenica precedente… Quelle belle creature alate avevano definitivamente esaurito il loro scalo beneventano, per questa volta almeno. Ho percorso tutta la pista. Ho raggiunto la vecchia dismessa stazione di Vitulano. Un minuto di sosta contemplativa e quindi la ripartenza a rientrare. Pochi metri, e poi lugubre, insopportabile, la detonazione di una fucilata, seguita subito da altre due. Il senso che provo stavolta non è di semplice distacco ma di una riprovazione che rasenta il ribrezzo nudo e crudo, tanto più se la necessità venatoria coincide con la sordida eliminazione legalizzata di specie tanto disgraziate perché meno ammirate e meno protette di grossi spettacolari migratori. Più che mai, infine, la riprovazione si esacerba, se l’ estensione di un’ area cosiddetta protetta si assottiglia alle dimensioni di una striscia impercettibile agli animali e al loro senso di padronanza degli spazi liberi così come loro concesso per diritto evoluzionistico o creazionale che dir si voglia.

Gli atterraggi delle gru si moltiplicano (foto di Serena Iele)

Scelto lo scalo, le gru si preparano a perdere quota (foto di Serena Iele)

Protette fra la purezza del cielo e la bellezza di una terra di nuova conquista (foto di Serena Iele)

Non in poche, non per caso, non senza ritorno... (foto di Serena Iele)

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